L’insediamento di età preistorica e greca arcaica di Tornambè (Pietraperzia, Enna)

Il territorio di Pietraperzia, posto al centro del bacino gessoso-solfifero che caratterizza il dolce paesaggio collinare della Sicilia centrale segnato da numerosi corsi d’acqua tributari dell’Imera Meridionale, da sempre principale via di collegamento tra questa parte dell’isola e la sua costa meridionale, è caratterizzato dalla presenza di numerosi insediamenti che testimoniano una occupazione umana a partire dalle più antiche fasi preistoriche, all’età greca e romana fino a quella medievale. L'insediamento di Tornambè è situato a Sud-Ovest del moderno centro abitato di Pietraperzia ed è collocato sulla sommità di una cresta rocciosa (560 m s.l.m.) facente parte di una dorsale collinare, costituita dalle alture di Monte Grande, Tornambè, Rocche di Tornambè, Monte Cane, Cozzo Cialandria e Parcazzo, che delimita ad Est l'ampia valle dell'Imera meridionale.

Il sito è stato oggetto nel 2007 di due progetti di valorizzazione realizzati dal Comune in collaborazione con la Soprintendenza BB.CC.AA. di Enna, utilizzando le risorse rese disponibili nell’ambito del PIT 11.496 Enna: turismo tra archeologia e natura, Interventi 2.8 e 2.9, inserito nel POR Sicilia 2000-2006. Grazie a tali finanziamenti è stato possibile progettare e realizzare le necessarie infrastrutture per l'accoglienza dei visitatori (parcheggi, centro informazioni/biglietteria) e per la corretta fruizione del sito (percorsi di visita, pannelli didattico-esplicativi).

Nell’ambito di tali progetti sono state quindi realizzate una serie di indagini archeologiche, in particolare una campagna di ricognizione di superficie (2006) e una prima campagna di scavi (2007). Dal 2008 al 2010 sono state quindi condotte altre due campagne di scavo e una di rilievo topografico a cura del Centro Studi di Archeologia del Mediterraneo di Enna. Tali attività hanno permesso una più puntuale comprensione delle diverse vicende riguardanti l'occupazione umana di lunga durata di questo importante insediamento. L'analisi dei materiali archeologici, lo studio delle diverse tipologie di sepolture e delle strutture abitative presenti nel sito indicano, infatti, un arco cronologico della frequentazione del sito compreso tra il III millennio a.C. e l'età greca (VII-V sec. a.C.). Per  quest'ultima fase di vita del sito è stata anche proposta l'identificazione con il centro indigeno di Krastos, ricordato in un frammento dello storico Filisto dove si menziona un intervento armato di Gela contro gli Agrigentini che tentavano di occupare la città: tale avvenimento si collocherebbe alla metà del V sec. a.C.

Insieme alle valenze archeologiche, la dorsale collinare di Tornambè possiede anche un alto valore da un punto di vista ambientale e naturale, aspetti riconosciuti dal Ministero dell'Ambiente che ha inserito l'area nell'elenco dei siti di importanza comunitaria (S.I.C. Contrada Caprara, ITA 06001), al fine di mantenere la diversità biologica, in quanto esempio naturale di caratteristiche tipiche della regione bio-geografica mediterranea. Tutta l'area, inoltre, è inserita nella Riserva Naturale Orientata “Monte Capodarso e Valle dell'Imera” e della Rete Europea dei Geoparks.

 

Le fasi protostoriche e di età greca dell’insediamento di Tornambè

La cresta di Tornambè è formata da due colline calcaree collegate da un'ampia sella in parte occupata da un banco gessoso. La collina settentrionale è caratterizzata dalla presenza sulla sommità di una serie di piccole radure e di terrazzamenti sia naturali che artificiali. Lungo il suo versante orientale si conserva una necropoli composta da oltre 50 tombe a forno di età preistorica e da alcune tombe a camera di età greca. Il versante meridionale, pure segnato da alcuni terrazzamenti naturali, si affaccia sulla sella centrale, a cui si accede da due stretti e profondi intagli nel banco di roccia: uno è oggi completamente colmo di terreno, l'altro è invece sistemato e regolarizzato da alcuni gradini intagliati nella roccia. Tale struttura, di difficile attribuzione cronologica, costituisce di fatto una vera e propria “porta” monumentale d'accesso al sito.

Al versante meridionale della collina si accede da Nord da uno stretto passaggio delimitato da uno spesso muro probabilmente facente parte del sistema difensivo di età greca, e da Sud da un'altro passaggio, segnato dalla presenza di una tomba a forno preistorica, che conduce alla monumentale porta aperta verso la sella centrale. Quest'area è costituita, come detto, da una serie di terrazze naturali, delimitate da grandi blocchi erratici di calcare che in alcuni casi recano chiaramente i segni dell'azione dell'uomo: in particolare il passaggio dalla terrazza più bassa a quella immediatamente superiore è segnata da un vero e proprio ingresso delimitato da grandi blocchi regolarizzati e sistemati, quasi a costituire una cortina muraria naturale.

Nella terrazza superiore si conserva un vano rettangolare scavato nella roccia, mentre in quella inferiore è stato aperto nel 2007 un saggio di scavo che ha messo in luce i resti di un edificio costituito da almeno due vani rettangolari adiacenti caratterizzati da strutture murarie realizzate con tecnica edilizia a sacco (due paramenti esterni a facciavista riempiti da pietrame più minuto), tecnica costruttiva che permette di attribuire l’edificio all'età greca arcaica (VII-V sec. a.C.), attribuzione cronologica confermata anche dal ritrovamento di coevi frammenti ceramici dipinti ed acromi sia di produzione locale che d’importazione. Lo scavo all'interno dei due vani a quindi permesso di mettere in luce una struttura più antica, tagliata dai muri d’età arcaica, di forma rettangolare con angoli arrotondati, realizzata con una tecnica costruttiva diversa rispetto agli ambienti sovrastanti (pietrame di medie dimensioni senza doppia cortina). Alle fasi di vita di questo edificio sono associati numerosi frammenti di ceramica di impasto a superficie nera lucidati a stecca, databili al passaggio dal bronzo antico alla successiva media età del Bronzo (circa metà II mill. a.C.). Infine, il banco roccioso di base, segnato dalla presenza di una serie di buche di palo e pozzetti di varie dimensioni, è coperto da un livello di terreno che ha restituito frammenti di ceramica d'impasto dipinti databili all'antica età del Bronzo (2300-1600 a.C.), tra cui un bel frammento di anfora decorata nello stile del cosiddetto “maestro della Muculufa”, tipologia ben attestata in tutta la media e bassa valle dell'Imera.

Anche la collina meridionale è caratterizzata dalla presenza sul suo versante meridionale di tombe a forno. Attraverso uno stretto passaggio che si arrampica sul versante occidentale, si può raggiungere la sommità della collina dove si conservano, a diversi livelli, alcuni vani rettangolari con il piano di calpestio e parte dell’alzato intagliato nel calcare. Il panorama visibile da tale punto d’osservazione privilegiato permette l’agevole controllo di tutta la sottostante valle dell’Imera e degli insediamenti che su di essa si affacciano. Associati a questi ambienti, si conservano tre ampie cisterne a campana per la raccolta delle acque piovane e una serie di scale e stretti camminamenti intagliati nel banco roccioso. Anche queste strutture, probabilmente pertinenti ad un piccolo phrourion (postazione militare) posto a controllo della sottostante vallata, sono databili ad età greca.

 

Il villaggio della tarda età del Rame (2700-2300 a.C.) di Tornambè

Come già detto, le due creste rocciose sono collegate da un’ampia sella, intensamente occupata in età preistorica nel corso del III millennio a.C., parzialmente indagata nel corso delle quattro campagne di scavo (2007-2010) condotte a Tornambè. La parte settentrionale della sella è caratterizzata dalla presenza di un vasto banco di gesso, che copre a sua volta la roccia calcarea di base, dove sono state scavate alcune tombe a forno, sia a pianta singola che pluricellulare, databili alla tarda età del Rame (2700-2300 a.C) e in particolare alla facies culturale di Malpasso-S. Ippolito. Altre tombe dello stesso tipo sono presenti lungo tutta la sella, formando gruppi di tre-quattro tombe ciascuno, collegati alle diverse strutture abitative che formano il contemporaneo villaggio che occupa la parte meridionale della sella stessa.

Le fasi più antiche di frequentazione di quest'area risalgono al neolitico finale, testimoniato dal rinvenimento di una bella ansa a rocchetto che ancora conserva la vernice a stralucido rosso della facies di Diana, e al rame iniziale-medio, attestata da alcuni frammenti, rinvenuti sia in superficie che alla base di una sezione stratigrafica realizzata nel corso della campagna 2009, attribuibili alle facies di San Cono-Piano Notaro e Serraferlicchio.

Il villaggio del rame finale è costituito da una serie di grandi strutture a pianta circolare, dal diametro di circa 8-10 m: al momento è stato completato lo scavo solo della Capanna 1, anche se un rilievo georadar realizzato nel 2007 ha permesso di individuare altre strutture, tra cui una seconda capanna di circa 10 m di diametro. Nel corso della campagna 2009, di fianco alla Capanna 1, è stato poi messo in luce il perimetro di una struttura circolare più piccola (Capanna 1B, diam. 4,5 m), da interpretarsi forse come magazzino o dipendenza della capanna principale.

La Capanna 1 è formata da una struttura circolare dal diametro di quasi 8 m, con il perimetro costituito da un doppio filare di grandi blocchi calcarei su cui probabilmente era impostato l'alzato costituito in parte da un muro a secco e in parte da una struttura lignea intonacata con argilla. Lo scavo ha permesso di individuare vari livelli di crollo che coprono il battuto pavimentale, costituito anch’esso da un livello di argilla accuratamente stesa: la capanna è stata probabilmente abbandonata volontariamente e non ha subito incendio, per cui sia il battuto che l'intonacatura in argilla delle pareti non sono stati sottoposti al processo di cottura che li trasforma in concotto: l'abbandono volontario della capanna è testimoniato anche dalla bassa quantità di reperti rinvenuti al suo interno. Lo spazio interno è organizzato secondo uno schema segnato dalla presenza di una partizione posta vicino al probabile ingresso, da cui si diparte una banchina in pietra. Di fianco a tale banchina e al centro della capanna, vicino all'ingresso, sono collocati due piccoli focolari, costituiti da due piastre di argilla cotta. Sul pavimento sono state rinvenute una serie di buche, dal diametro di circa 50 cm, che servivano per l’alloggiamento dei pali che sorreggevano la copertura lignea.

Nei diversi livelli di crollo e sul battuto pavimentale sono stati rinvenuti frammenti ceramici attribuibili allo stile di Malpasso, tra cui i classici bicchieri con ansa a piastra sopraelevata, ciotole ingubbiate su basso piede e un esemplare acromo del vaso globulare con beccuccio di versamento tipo Pietrarossa, diffuso nella Sicilia centro-orientale nella versione dipinta di S. Ippolito. Allo stile di S. Ippolito, che ha restituito un maggior numero di vasi rispetto a quelli del precedente stile, sono invece attribuibili vari boccali semi-ovoidi con colletto distinto e numerose coppe su basso piede cilindrico. Associati a tali materiali sono stati rinvenuti anche vari frammenti di ceramica grigia decorati con motivi a reticolo inciso, attribuibili al complesso culturale del Bicchiere Campaniforme, ampiamente diffuso in tutto il Mediterraneo centro-occidentale, tra cui un frammento di piede di vaso polipode decorato con una serie di linee orizzontali parallele e un brassard, o bracciale d’arciere, in pietra.

 

 

Bibliografia di riferimento

 

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