Il Riparo 1 di Contrada S. Tommaso (Enna)

Il Riparo 1 di Contrada S. Tommaso, posto nei pressi di Enna, è stato individuato nel 1999 nell'ambito del progetto di ricognizioni “Archeologia nella valle del Torcicoda”, condotto a cura del Centro Studi di Archeologia Mediterranea di Enna e dall'University of Leicester (GBR) tra il 1996 e il 2006. Nel corso di tale ricerca, con cui è stata indagata in modo estensivo la valle del torrente Torcicoda e l'area circostante il lago di Pergusa, sono stati individuati più di 20 nuovi insediamenti, databili dall'età preistorica a quella medievale; inoltre sono stati documentati diversi siti rurali d'età moderna, quali mulini ad acqua, masserie e stazzi per le greggi.

La stretta e fertile valle del torrente Torcicoda, che nasce alle pendici del moderno centro urbano di Enna, è lunga circa 15 km fino alla sua confluenza con l'Imera meridionale. È caratterizzata nella parte alta da terreni collinari fortemente antropizzati dalla moderna espansione urbanistica di Enna, e da terreni più dolci nella parte meridionale, vicino alla confluenza con l'Imera; nella parte centrale il corso del fiume costeggia ad occidente il complesso di colline che circonda il bacino del lago di Pergusa. Nel tratto centrale il corso d'acqua scorre profondamento incassato nel substrato in arenaria, scavato dall'azione delle acque, che hanno creato un vero e proprio canyon, lungo circa 2 km, largo circa 80 m e profondo in diversi tratti fino a 60 m. Nella parte terminale della gola si trovano tre ampi ripari sottoroccia, due posti sul versante occidentale (Ripari 2 e 3) e uno, il più grande (Riparo 1, lungo 70 m e profondo circa 15 m) su quello orientale. I ripari sono stati occupati in età recente con la costruzione di alcuni edifici in malta e pietra, compreso un mulino ad acqua, il Mulino Nuovo, costruito nei pressi del Riparo 1, abitati fino agli anni '60 del secolo scorso da una piccola comunità di pastori e contadini. Nell'estate del 2000 sono stati condotti alcuni test pits nei tre ripari, allo scopo di verificare l'esistenza di eventuali depositi archeologici, già testimoniati dal rinvenimento in superficie di diversi frammenti ceramici databili sia ad età preistorica che ad età greco-arcaica. I saggi aperti nei Ripari 2 e 3 hanno però dato esito negativo, raggiungendo subito la roccia di base, mentre i saggi aperti nel Riparo 1 hanno permesso di indagare preliminarmente un consistente deposito databile tra l'età del rame e quella greca arcaica. Nel settembre 2010, quindi, è stata condotta una campagna di scavo in estensione, che ha interessato la parte meridionale del riparo e che ha permesso di indagare i livelli più alti del deposito, databili tra il bronzo finale e l'età arcaica.

A seguito di queste indagini preliminari, è possibile oggi datare la più antica frequentazione del riparo al rame finale, come evidenziato dal ritrovamento di frammenti dello stile di Malpasso pertinenti grossi contenitori provenienti da alcuni anfratti rocciosi posti al di sotto dell'area indagata, anfratti che hanno restituito anche diversi frammenti della successiva facies di Castelluccio, tra cui una bella coppa su piede miniaturistica.

Nel 2000 è stato aperto nell'area A il Saggio 1, brevemente esteso nel 2001 e ripreso quindi, nel 2010, dove è stata esposta una sequenza stratigrafica datata tra il 1650 a.C. e il 500 a.C. Il saggio ha raggiunto una profondità di 1,50 m, fermandosi a causa del rinvenimento di alcuni blocchi caduti dalla volta. La sequenza stratigrafica esposta è caratterizzata dall'alternarsi regolare di livelli ricchi di materiali antropici e di livelli sterili, evidenza che il riparo era occupato probabilmente stagionalmente. In alcuni punti della stratigrafia, inoltre, i livelli di vita sono delimitati e segnati da strati compatti di cenere e materiale organico, probabile esito di incendi intenzionali dei depositi più antichi. Alla base della sequenza stratigrafica, nei livelli sopra il crollo, è stata messa in luce una piccola porzione di una paleosuperficie caratterizzata dalla presenza di alcuni frammenti ceramici acromi, attribuibili genericamente allo stile di Rodì-Tindari-Vallelunga, e da numerose ossa di cervo, tra cui un palco di corna completo. Le analisi archeozoologiche condotte sul piccolo campione faunistico raccolto, inoltre, hanno evidenziato la predominanza dei capro-ovini e dei suini, spesso di giovane età, mentre sono quasi del tutto assenti i bovini. Di particolare interesse è il rinvenimento in questi livelli di abbondanti resti di tartaruga terrestre, Testudo hermanni, che in diversi casi presentano evidenti tracce di macellazione e di cottura: elementi di tale specie sono  presenti, sebbene in minore quantità, anche nei livelli più alti.

La fase successiva, documentata sia nel saggio aperto nel 2000 che nell'estensione dello scavo effettuata nella campagna 2010, è databile al bronzo finale: al centro dell'Area A è stato infatti messo in luce un grande focolare circolare, caratterizzato dalla presenza di una grande quantità di resti di pasto e da diversi frammenti ceramici a stralucido rosso della facies di Pantalica Nord. Vicino al focolare, inoltre, è stato esposto un pozzetto poco profondo, chiuso in parte da una lastra litica, contenente ceneri, ossa animali combuste e diversi frammenti ceramici, sempre assegnabili allo stesso periodo. Dopo una fase di abbandono del riparo, segnata da un livello argilloso assolutamente privo di materiali, è stato quindi messo in luce uno spesso e compatto strato di cenere e materiale organico, di colore biancastro, in cui sono stati scavati una grande quantità di pozzetti e buche di palo. Le analisi di tale livello sono ancora in corso, ma in questa sede è possibile ipotizzare un uso cultuale per tali buche, in qualche modo collegate con divinità ctonie. Cronologicamente tale livello, che ha restituito diversi frammenti ceramici impressi e dipinti dell'età del ferro, è databile tra il IX e il VII sec. a.C.

Strutture architettoniche più consistenti, realizzate sicuramente a scopo rituale, caratterizzano invece i livelli più alti del deposito indagato. Nell'Area B è stato messo in luce un tratto di muro, lungo circa 4,5 m, a doppio paramento, costituito da blocchi regolari di piccole e medie dimensioni ad andamento semicircolare: tale muro doveva chiudere la vicina Area A. Internamente ed esternamente, si conserva una pavimentazione formata da blocchi di pietra di medie dimensioni disposte fittamente in modo regolare. A questa fase sono attribuibili anche i lembi di strutture murarie già esposte nei diversi saggi aperti nel riparo nel 2000, dando un aspetto monumentale a tutto il complesso. Una conferma all'ipotesi della funzione svolta in questo periodo dal riparo come spazio sacro viene dal rinvenimento, sopra e sotto la pavimentazione, di diversi palchi di corna di cervo, vero e proprio rito di fondazione. Inoltre, nella parte centrale dell'Area A, cioè all'interno della cosiddetta area sacra, è stata messa in luce una stipe votiva, costituita da due piccoli pozzetti cilindrici collegati tra di loro, dove sono state deposte ossa di animali e alcuni vasi indigeni dipinti e di importazione, rotti intenzionalmente, databili tra la metà del VI e l'inizio del V sec. a.C.: si tratta, principalmente, di vasi potori, tra cui due pithoi, oltre ad alcune anfore, oinochoe e coppe.

 

 

Bibliografia di riferimento

 

 

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